
18 Novembre, Acquapendente
Teatro Boni ore 20,30 - 23,30
Titolo della serata: “C’erano una volta i briganti? Criminali tra
storia e cronaca”
PROGRAMMA
Saluti del sindaco Alberto Bambini
Intervengono
Sen. Milziade Caprili – vice Presidente del Senato, membro
del Copaco
Enzo Ciconte – storico, presidente dell’Osservatorio
tecnico-scientifico per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio
Antonio Baragliu – dirigente tecnico della riserva naturale
Selva del Lamone
Romualdo Luzi – storico
Antonello Ricci – scrittore
Gianni Tassi – giornalista (Il Messaggero)
Vincenzo Vasile – giornalista (L’Unità)
Francesco Viviano – giornalista (La Repubblica)
Ospiti : Alfieri Fioravanti – giudice
(parente del bandito Luciano Fioravanti)
Rodrigo Cieri (Sindaco di Celenza sul Trigno CH) e Antonio
Cieri – parenti del brigadiere dei Carabinieri Sebastiano Preta
ucciso nel 1891 dai briganti Damiano Menichetti e Fortunato Ansuini
ore 22,00 pausa dessert
ore 22,30 circa recital Doppiette e Rosari - percorso in musica
tra i briganti di confine
La notte tra il 23 e il 24 ottobre 1896, Domenico Tiburzi,
latitante della Maremma tosco-laziale - 24 anni passati “alla macchia”
-, resta ucciso all’atto della cattura alle Forane di Capalbio, dove si
trova fuggiasco con il luogotenente Luciano Fioravanti.
L’11 aprile del 2006, dopo 43 anni di latitanza, viene catturato nella
sua dimora in contrada Montagna dei Cavalli, sulle colline siciliane, il corleonese
Bernardo Provenzano, l’ultimo grande boss di Cosa Nostra.
La povertà del contesto di Tiburzi la modestia di quello di Provenzano,
i santini in tasca del brigante le madonnine in quelle del capomafia, l’isolamento
del maremmano la solitudine del corleoneose, i richiami di animali di Tiburzi
i “pizzini” e le formule sacre di Provenzano, i luoghi angusti di
entrambi e la cattura avvenuta al mattino, come una maledizione...
Le manette, poste dai due ufficiali dei carabinieri e dal corpo di polizia,
alle mani dei due latitanti sono uguali. Sono uguali le foto segnaletiche, l’unica
di un Provenzano giovane agli esordi della latitanza, e l’unica di Tiburzi,
da morto appeso a una colonna col cappello a coprire la parte mancante di cervello.
Il resto è tutto diverso.
E proprio la cattura dei due malfattori così temuti e ricercati, ben
descritta nella metafora dell’ultima notte, ci consente ora di accendere
un faro, su di loro ma soprattutto sugli universi che stavano loro intorno:
distinti, remoti, non paragonabili e forse sconosciuti.
Accoppiare i due nomi e le due storie è solo il pretesto per compiere
una riflessione su un ampio ventaglio tematico – i paesaggi, le radici
storiche, l’emancipazione del lavoro, la legalità, la democrazia
-, temi su cui sono chiamati a misurarsi oggi i soggetti dell’Italia nuova.