24 Novembre, Viterbo
Gran Caffè Schenardi (C. Italia, 11/13) ore 16,30 – 20,00
Titolo della serata: “Viterbo città crocevia: criminalità e sicurezza nella Tuscia viterbese”

PROGRAMMA

Saluti del presidente della Provincia di Viterbo Alessandro Mazzoli e dell’Ass. alla Cultura della Provincia di Viterbo Renzo Trappolini

Intervengono
Regino Brachetti – assessore alla Sicurezza e affari istituzionali della Regione Lazio
Enzo Ciconte – storico, presidente dell’Osservatorio tecnico-scientifico per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio
Tano Grasso – presidente onorario Federazione Italiana Antiracket
Raffaele Micillo – questore di Viterbo
Leonardo Rapone – storico
Maurizio Ridolfi – storico
Francesco La Licata – giornalista (La Stampa)
Valeria Scafetta - giornalista
Antonello Ricci - scrittore
Gianni Tassi - giornalista (Il Messaggero)
Vincenzo Vasile – giornalista (L’Unità)
Ospiti: delegazione presidenza nazionale Associazione Libera

ore 18,00 pausa aperitivo
ore 18,30 circa recital Doppiette e Rosari - percorso in musica tra i briganti di confine

La notte tra il 23 e il 24 ottobre 1896, Domenico Tiburzi, latitante della Maremma tosco-laziale - 24 anni passati “alla macchia” -, resta ucciso all’atto della cattura alle Forane di Capalbio, dove si trova fuggiasco con il luogotenente Luciano Fioravanti.
L’11 aprile del 2006, dopo 43 anni di latitanza, viene catturato nella sua dimora in contrada Montagna dei Cavalli, sulle colline siciliane, il corleonese Bernardo Provenzano, l’ultimo grande boss di Cosa Nostra.
La povertà del contesto di Tiburzi la modestia di quello di Provenzano, i santini in tasca del brigante le madonnine in quelle del capomafia, l’isolamento del maremmano la solitudine del corleoneose, i richiami di animali di Tiburzi i “pizzini” e le formule sacre di Provenzano, i luoghi angusti di entrambi e la cattura avvenuta al mattino, come una maledizione...
Le manette, poste dai due ufficiali dei carabinieri e dal corpo di polizia, alle mani dei due latitanti sono uguali. Sono uguali le foto segnaletiche, l’unica di un Provenzano giovane agli esordi della latitanza, e l’unica di Tiburzi, da morto appeso a una colonna col cappello a coprire la parte mancante di cervello. Il resto è tutto diverso.
E proprio la cattura dei due malfattori così temuti e ricercati, ben descritta nella metafora dell’ultima notte, ci consente ora di accendere un faro, su di loro ma soprattutto sugli universi che stavano loro intorno: distinti, remoti, non paragonabili e forse sconosciuti.
Accoppiare i due nomi e le due storie è solo il pretesto per compiere una riflessione su un ampio ventaglio tematico – i paesaggi, le radici storiche, l’emancipazione del lavoro, la legalità, la democrazia -, temi su cui sono chiamati a misurarsi oggi i soggetti dell’Italia nuova.